Miguel Angel Zotto e la sua HISTORIA de Tango
Come ha iniziato a ballare il tango?
Sono un ballerino nato, ballavo sin da bambino tutte le danza popolari nel corso delle manifestazioni popolari, in particolare durante il carnevale. Mio zio che era il direttore, organizzava a Buenos Aires proprio durante questo periodo dell'anno una “comparsa”. In Argentina, così come in Brasile, è abitudine festeggiare questa festa ballando per le strade. Ho cominciato proprio lì, non vedevo l’ora che arrivavano quei giorni per truccarmi, indossare i costumi e ballare. Si ballava da soli e si iniziava a prepararsi quattro cinque mesi prima, provando le varie danze. Poi sono cresciuto, sono andato a scuola e ho iniziato a ballare il rock and roll. A casa però ascoltavo il tango, nella mia famiglia era un'abitudine: mia nonna lo ballava, mio padre e mia madre anche. Io li guardavo, mi sembrava così difficile...ma mi dicevo: “faccio tante cose con le gambe perché non posso anch’io ballare il tango?” A 17 anni un amico mi ha portato all’inaugurazione di una milonga con l’orchestra dal vivo. Erano i primi anni 70, il governo Peron, democratico, faceva molto per recuperare il patrimonio culturale argentino. Vado dunque lì in quella milonga e rimango affascinato dall’ambiente, dal vedere come la gente era vestita e truccata. In più c’era l’orchestra dal vivo, con il grande e famoso Alfredo De Angelis. Avevo 17 anni. Da quella sera, sono rimasto talmente affascinato dall’atmosfera che si respirava in quel luogo e da ciò che provavo nel vedere gli altri ballare che ho capito che avrei voluto anch'io far parte di quella milonga per ballare come la gente che era lì. I giovani però all’epoca non ballavano il tango e così io ero l’unico giovane che in Buenos Aires lo faceva. Via via ho iniziato a frequentare quell’ambiente e a conoscere gente con cui poi ho ballato. Nel 1981 affittavo un locale, ho creato una milonga, contattavo l’orchestra e così organizzavo una festa con differenti coppie di entrando sempre più a contatto con l’ambiente artistico del tango. Nel 1982 la Guerra delle Malvinas/Falkland provocò una chiusura totale ma io ero sempre più convinto a continuare a ballare. Nel 1984 arriva finalmente il mio debutto professionale a Buenos Aires. Per la prima volta sul palcoscenico, proprio ciò a cui aspiravo per la mia vita professionale.
Ma di quella prima milonga cosa veramente l’aveva colpito di più?
Per me era stato come entrare in un tunnel del tempo, inimagginabile per me, la gente era incredibile, quando ho visto il film di regista Scola ho capito l’origine delle sue scene.
Carlos Gardel (1890-1935), Julio de Carol (1899-1980), Ovidio José Bianquez detto EL Chachafaz (1885-1942), tre grandi miti della storia del tango. Come si rapporta a loro?
Gardel è il padre del tango ha fatto tutto, ha dato l’impronta anche al paeseper la sua grande personalità: il suo modo di parlare, il suo modo di abbigliarsi per esempio, erano diventati un vero fenomeno di costume per il paese argentino. Inoltre ha registrato alla lettera tutto il tango. Ma ha anche influenzato tutto l’ambiente latino americano, aprendosi anche al mondo della musica internazionale, cantando in area inglese, ma anche in francese. E’ stato sicuramente il mio angelo artistico. Julio de Carol rivoluziona l’orchestra e gli schemi della partitura, era molto amico di Gardel e combinazione era nato l’11 dicembre proprio come Gardel. El Chachafaz invece fu il primo vero ballerino di tango, il simbolo del tango, muore il 7 febbraio 1948 ballando.
Che rapporto c’è tra la musica e le figure del tango?
Ogni orchestra suona in modo diverso, la gente deve capire che l’esecuzione di una musica diretta da Julio De Caro è diverso da quella di Piazzola, c’è una leggerezza diversa. Queste diversità influenzano per esempio il modo di camminare, la maniera in cui vengono eseguiti i passi che cambia a seconda dei ritmi differenti. Piazzola è più espressivo e rispetta di più la quadratura dei tempi. Ogni orchestra ha uno stile proprio e quindi una personalità diversa. Questo fa sì che ogni grande ballerino possa scegliere di ballare con un’orchestra o con un’altra a seconda della sua personalità artistica. Per esempio, se sono aggressivo devo ballare con un’orchestra più aggressiva. Io invece sono più vicino allo stile di Osvaldo Pugliese. Lui era pianista, non suonava mai prima degli altri, stava dietro i violini e il bandoneons. Il suo stile è caratterizzato da una grande armonia, sottigliezza, pulito nelle sonorità. D’altro canto queste caratteristiche rispecchiano in pieno me stesso, come sono nella vita. Mi piace nel ballo guidare la donna, non la maltratto coreograficamente, deve sentirsi bene.
Quando ha creato la prima compagnia e come sceglie i suoi ballerini?
La mia prima compagnia l’ho creata nel 1988 con Milena Plebs, che aveva una formazione di danza contemporanea e che è stata anche mia compagna di vita per 10 anni. Prima ballavamo da soli coppia con tre musicisti, dopo ho incorporato mio fratello e poi nel 1990 un’orchestra, la mia prima orchestra giovane con una cantante. Nel 1989 però incontrai a Parigi Astor Piazzolla. Mi diede una cassetta da ascoltare dicendomi di pensare ad una coreografia. Si trattava della musica di LIBERTANGO, che poi è divenuta una delle musiche più famose del musicista argentino. Seguirono poi le mie creazioni Perfumes de tango (1996), Una noche de tango. In quest’ultimo spettacolo alla fine ballavano 7 coppie di tango: il più vecchio ballerino aveva 80 anni, era il successore artistico del Cachafaz. Noche de Tango negli anni 1996-1998 l’ho portato in tournée a Roma, Milano, Palermo. In seguito ho incorporato anche diverse ballerine. Nel 1995 mi sono separato da Milena, nel 1998 la nostra divisione è stata anche artistica. Nel 2002 ho creato Tango de la Cruz del Sur, in cui ballavo da solo, e in quest’occasione ho inserito una scenografia tridimensionale. Intanto in Buenos Aires preparavo degli allievi nuovi e pensavo per quattro o cinque coppie a preparare delle nuove coreografie. Sulle qualità artistiche dei miei ballerini invece, per me il ballerino dev’essere un ballerino “macho” mentre la donna deve avere una formazione classica e contemporanea, in più conoscere il flamenco che già comunque in Argentina è molto diffuso così come ballare le danze tipicamente popolari argentine. E poi chiaramente anche da un punto di vista estetico deve avere una bella figura.
Come si sposano i movimenti del tango, che sono per lo più eleganti e raffinati con la sua origine che è invece fortemente popolare?
Il tango si è via via affinato col tempo. Col passare degli anni e con l’aumento della sua popolarità, si sono via via puliti i passi originali. La base di qualsiasi movimento ha conservato intatte le sue radici popolari ma ha poi incorporato elementi presi dalla danza classica, come per esempio tirare le punte dei piedi, ma d’altro canto ha rifiutato sempre l’en dehors, rispettando il parallelismo delle anche. Anche il modo di camminare nel tango è quello originario, trasportando il peso da una gamba all’altra.
Cosa ci racconta di Historia x 2, il suo nuovo spettacolo che ora è in scena a Milano e che andrà in tournée poi in tutt’Italia?
E’ uno spettacolo che racconta 18 anni della mia carriera artistica, dalla prima coreografia a quelle più nuove; chiaramente non potevo utilizzare tutte le 120 mie coreografie. E’ una sorta di rimpaginazione delle mie creazioni, per la quale ho impiegato anche 4 realizzatori di costumi, i più importanti di Buenos Aires. Abbiamo lavorato per tanti mesi, ritengo molto suggestiva la coreografia finale con i bandoneons, qui la ballerina è molto importante, viene a crearsi una sorta di metafora con lo strumento.
Ho visto che c’è anche un richiamo al rock and roll? Come mai? Anche la scena con i machini sul palcoscenico è particolare. Cosa ci può dire su questi aspetti?
Il richiamo al rock and roll viene dallo spettacolo Tango de la Cruz del Sur. Il tangero degli anni 60- 70 ballava molto il rock and roll, nella Milonga si passava spesso dal tango al rock e roll. Per quanto riguarda la scena con i manichini, il richiamo è al costume argentino degli anni 50-60, i manichini che apparivano dietro i vetri di alcune case erano per gli uomini una sorta di richiamo alla figura femminile. Il loro ruolo era simile a quello di Coppelia, per fare un esempio tratto dal balletto classico.
In Italia il tango è diventato molto popolare, cosa ne pensa?
Il tango fa bene al cuore, può essere anche un modo di pensare all’amore e viverlo anche senza parole, solo con il linguaggio del corpo. Uomo e donna nel tango si relazionano, entrano a contatto l’uno con l’altro. Ci si può anche innamorare e può accadere di tutto. Per questo ha successo. Dopo gli anni 50, la donna ha iniziato ad allontanarsi dall’uomo, a voler affermare la sua autonomia. Ma la realtà, l’essenza della vita è che uomo e donna stanno insieme naturalmente e il tango è senz’altro un modo per riavvicinarsi e riunirsi.
Che consiglio può dare a una persona che vuole iniziare a ballare il tango?
Se è una donna importante è che si lasci abbracciare, di lasciarsi guidare dall’uomo e sentire la musica.
Un’ultima domanda: tango come seduzione, passionalità, intimità e poesia. Quale espressione Lei sceglierebbe per meglio identificare il tango?
Senz’altro passionalità.

